giovedì 26 marzo 2020

Settimana 2: una storia a lieto fine


Racconta una qualsiasi storia a lieto fine!
Per esempio, potrebbe essere una struggente storia d’amore (magari non a distanza, almeno quella…), una vicenda che ti è capitata realmente o di cui hai sentito parlare o un racconto totalmente frutto della tua fantasia! Insomma, non importa che storia sia, basta che sia a lieto fine!

Foto di Matthew Henry da Burst.



8 commenti:

  1. Da Aurora Pisà - "Orecchie da mercante"

    Sapete cosa vuole dire fare“orecchie da mercante”, questo è un detto che viene usato molto comunemente per indicare le persone che, per proprio comodo, fanno finta di non sentire o di non capire. Ma sapete l’origine di questa parola? Bhè io la conosco, quindi se non la sapete continuate a leggere questo racconto; se invece la conoscete probabilmente è sbagliata, quindi verificatene l’autenticità. Io conosco questa storia perché il mercante che ha ispirato questo detto era un mio lontanissimo parente che viveva all’epoca dei faraoni (è stata tramandata per secoli e secoli di padre in figlia fino ad arrivare a me), ma non dilunghiamoci molto. C’era una volta un mercante che commerciava per ordine del faraone (il nome è incomprensibile e quindi non lo sto a scrivere per paura che al momento della nostra pronuncia lui non si rivolti nella tomba). Era costretto a lavorare 24 ore su 24. Era sempre esausto. Non poteva neanche dormire, o meglio poteva farlo una volta a settimana. Era il mercante più fidato del faraone, però era trattato veramente male, fino a che un giorno il mercante (di cui non vorrei specificare il nome, è un po’ imbarazzante) sbagliò l’oggetto che voleva il faraone e quindi quest’ ultimo decise di mutilarlo: gli tagliò entrambe le orecchie. Da quel giorno al mercante quando gli veniva chiesto di svolgere un lavoro per il faraone, gli rispondeva: “mi scusi molto ma non riesco a comprendere “e quindi il faraone fu costretto ad obbedire agli ordini del mercante per scovare ad un “buon prezzo” gli oggetti che più bramava. Questo faraone era veramente strano! Pretendeva oggetti come scettri, corone o altro di regine vissute anni prima; li osservava avendo sempre cura di tirare fuori dalla sua tasca un piccolo vasetto di “khol”:un trucco di colore nero che utilizzavano le regine per abbellire il proprio viso (un po’ come l’odierno ombretto). A cosa gli servisse il confronto con il vasetto di khol nessuno lo sapeva; perfino il mercante non ne conosceva lo strano motivo. Un giorno il faraone decise di fargli sapere cosa stesse facendo. Stava cercando di ricomporre tutto il “corpo” della povera defunta madre (l’ho messo tra virgolette perché la mummia non era mai stata ritrovata) mentre i vestiti lei li aveva nascosti per farli un giorno ritrovare a suo figlio. Ma ora voi vi chiederete: perché confrontava gli oggetti con il vasetto di trucco? Perché la madre aveva segnato ogni suo indumento con un po’ del khol. Al faraone mancava solo la finta barba che portava sua madre in segno di potenza. Da quando seppe il motivo di tante ricerche, il mercante fece il giro di tutta l’Egitto con il faraone per trovare la barba. Dopo 5 anni di ricerche arrivarono nella città natale della madre dove finalmente la ritrovarono. Così il faraone riuscì a finire il “corpo” di sua madre ed il mercante diventò il più ricco ed acclamato di tutto l’Egitto. Alla fine andò bene a tutti e due perché, anche se il mercante non poté più riavere le sue orecchie, visse nel lusso e nella felicità avuta grazie al suo strampalato faraone.

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  2. Da Vittorio (parte 1)

    C'era una volta un ragazzo che viveva a Sidney, Australia, di nome Jhonesy, che frequentava la quarta superiore del liceo della città. Jhonesy, purtroppo, non aveva molti amici-pochissimi-perché a causa della sua obestità era bullizzato e preso in giro da tutti e su lui venivano raccontate cose ingiuste e sbagliate dai ragazzini sin dall'età di sei anni! Jhonesy ogni volta provava a chiedere aiuto agli amici ma questi spesso mentivano nei consigli e a volte facevano in modo che finisse sotto la morsa dei bulli; tutto finché non finì scansato anche dai suo migliori amici e dalle ragazze (anche quelle che socializzavano con tutti e tutte). Jhonesy piano piano veniva sopraffatto dalla depressione e dalla stanchezza, gli veniva quasi in mente il suicidio-che per fortuna non ha usato come soluzione-piuttosto dopo un po' ha cercato di ignorare i bulli e gli amici finti, ma per lui era davvero impossibile, dato che era un ragazzo molto socevole e non poteva fare a meno di parlare con qualcuno.Dunque la sua vita andò avanti così fino quasi alla fine della quinta superiore. Jhonesy non vedeva l'ora di lasciare le superiori con un bel voto e i suoi finti amici, però pensò che se fosse andato avanti così non avrebbe socializzato un bel niente nemmeno alle università o nel mondo del lavoro, quindi incominciò a pensare di dover un po' cambiare e come prima cosa decise di trovarsi una ragazza da portare al ballo di fine anno e li piaceva già una ragazza. Il nome della ragazza di cui era invaghito era Lucy, e così, in un bel giorno di primavera, le chiese se le avrebbe fatto piacere andare al ballo di fine anno con lui; se lei avesse risposto di sì Jhonesy sarebbe stato il primo a ricevere un sì per il ballo di quell'anno a cavallo con la maturità. Lucy rispose facendolo rimanere a bocca aperta perché rispose di sì, quindi i due andarono in classe insieme a braccetto e Jhonesy poté guardare per una volta i bulli dall'alto verso basso ridendo.

    Da lì la vita di Jhonesy tirò un sospiro di sollievo, ma non per molto: arrivò il giorno in cui Jhonesy passò a prendere Lucy per il ballo di fine anno e lei, appena rispose al campanello e aprì la porta lo salutò e disse a Jhonesy di entrare, solo che Jhonesy non aveva preso in considerazione la dieta e il dimagrire, quindi dato che la porta era stretta non riusciva a passare e Lucy, che era insieme ad altre sue amiche, si mise a ridere insieme a loro dicendo:"Sei troppo obeso non ci passi!"facendolo scappare di corsa; Jhonesy vedeva mentre andava via uno dei bulli che passava a prendere Lucy e alla scena li si spezzò il cuore. Dunque andò alla festa solo per salutare i professori, che erano le uniche persone con cui aveva strinto un minimo di amicizia ma rifletté anche su un altra cosa: c'erano altre ragazze e ragazzi soli che aspettavano invani una richiesta di ballare e li ricollegò ad altre persone bullizzate nella sua scuola, ma vide anche che dopo poco venivano persone a fare loro richieste di ballare e piano piano sparirono tutti nella folla; Jhonesy rifletté su ciò che aveva visto e pensò che se quei ragazzi ce l'avevo fatta ed erano nella sua stessa situazione allora poteva risolvere tutto anche lui e dal quel giorno si impegnò a miliorare la sua personalità e incominciò a fare molta palestra e a stare attento al cibo.

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    1. (Seconda parte)

      Pochi anni dopo (a circa 26 anni) si sedette a riflettere sui suoi cambiamenti, era passato da una persona sottovalutata, obesa e ingenua a uno dei più famosi atleti e sollevatori di pesi del mondo, accattivante agli occhi delle ragazze, in grado di distinguere le brave persone da individui cattivi, vigliacchi e soprattutto finti, come i suoi vecchi amici. Ah e dimenticavo la cara Lucy ci riprovò con lui ma abbiamo appena detto che non era più ingenuo e quidi le fece ciao ciao con la manina dicendole di ritornare dal bullo che era passato a prenderla qualche anno prima per il ballo della quinta superiore; inoltre aggiungense che era felicemente fidandanzato da quattro anni e con una splendida bambina in arrivo. Ovviamente provarono a fare visita alla villa di Jhonesy altri vecchissimi amici-che il ragazzo aveva puntualmente schedato come finti e cattivi-che furono rifiutati e rispediti al mittente senza neanche un breve saluto. Solo al suo vecchio miglior amico, che lo aveva deluso pofondamente, rivolse alcune parole:"Tu mi conosci come il vecchio Jhonny, ma io sono cambiato e ora il mio nome è Jhonesy Smith: la mia vita è diversa da prima, ho una fidanzata e molti amici ma tu non rientri tra loro, non so più neanche chi tu sia".

      Jhonesy ora conduce una vita tranquilla con una figlia, una moglie, tantissimi buoni amici pronti ad aiutarlo;ha sponsors, un manager milioni di funs. La morale di questa storia è che non bisogna giudicare le persone né per il colore, né per il loro fisico, né per quello che hanno o non hanno ma dobbiamo invece sempre imparare a conoscerle e aiutarle per quello che sono veramente come persone, con i loro pregi e difetti e qualora non ci piacessero non é necessario giudicarle o bullizzarle solo perchè sono diverse da noi ma basta soltanto prenderci le distanze e vivere serenamente la nostra vita.

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  3. (1° parte)
    Lo scorso primo marzo è deceduto a Managua, in Nicaragua, Ernesto Cardenal, uno dei più importanti rappresentati della Teologia della Liberazione. Prete, teologo, poeta, Cardenal partecipò attivamente alla rivoluzione sandinista, nel suo paese, per rovesciare la dittatura di Somoza, sostenuta dagli USA. Fondò anche una comunità religiosa, e rivoluzionaria, nell’Arcipelago di Solentiname, nel Lago del Nicaragua. La sua scomparsa mi ha riportato alla mente una straordinaria avventura da me vissuta, assieme ad alcuni amici dell’Associazione Italia Nicaragua di Livorno. Partimmo per una spedizione umanitaria, sociale e naturalistica, all’inizio del 1997, proprio in quel selvaggio paese. Il nostro programma era di discendere il Rio San Juan con una sorta di canoa a motore, fino a San Juan del Norte, un villaggio sulle rive dell’Atlantico, caratterizzato da una piovosità tra le più alte del pianeta. Prima di questo viaggio, era previsto un soggiorno a Mancarròn, l’isola più grande dell’arcipelago di Solentiname. Proprio qui, Cardenal aveva organizzato un gruppo di rivoluzionari, che pagarono a caro prezzo il loro contributo per la liberazione del paese. L’atmosfera lasciata da quei tragici e fantastici avvenimenti, dopo alcuni anni dall’evento rivoluzionario, aleggiava ancora nell’atmosfera del piccolo villaggio. Tra i miei compagni di viaggio c’era il mio grande amico e maestro Gianfranco Barsotti, già direttore del Museo di Storia Naturale di Livorno, col quale ho avuto modo di condividere altre straordinarie avventure nei luoghi più selvaggi del pianeta. Gianfranco aveva in programma la realizzazione di un video storico-naturalistico sulla foresta pluviale, ed io lo aiutavo in questo lavoro. Il materiale ricavato avrebbe dovuto servire a incrementare una programmazione politica per la salvaguardia e la valorizzazione naturalistica della foresta pluviale, in forte pericolo di estinzione a causa dell’espandersi degli allevamenti intensivi di bovini. Un mattino, decidemmo di andare in esplorazione all’interno della foresta che, seppure in limitati lembi, si manteneva nella piccola isola. Ci accompagnava un signore del luogo, non proprio una guida, ma insomma una persona che, conoscendo i posti, ci avrebbe permesso di non vagare senza meta. Sapevamo che da lì a pochi giorni, nella navigazione lungo il Rio San Juan, avremmo dovuto davvero inoltrarci nella jungla, in zone poco o niente esplorate, ma intanto si prefigurava un assaggio di grande suggestione. Partimmo, come dicevo, al mattino abbastanza presto, col sole, e con noi si avviarono anche altri due signori, armati di fucile, che sarebbero andati a caccia di…un’iguana, da destinare ad uno dei pranzi previsti nel nostro soggiorno. Camminare nella foresta pluviale è di per sé un’avventura, e per dei naturalisti, ovviamente, è un’occasione di addentrarsi in uno scrigno contenente un tesoro di inestimabile valore. Così procedevamo, prendendo appunti, fotografando, confrontandoci su quello che vedevamo. Molto spesso mi ritrovavo semplicemente ad ascoltare le vaste e profonde conoscenze di Gianfranco. Ricordo che ad un certo punto, essendoci inoltrati in un settore più fitto della vegetazione, procedevamo mentre io liberavo il passaggio, con il mio piccolo machete, precedendo i due compagni di viaggio. Ad un certo punto, proprio di traverso al nostro percorso, notai, tra la vegetazione, il sottile corpo di un serpentello che, fortemente mimetico, rischiò di essere colpito dal colpo del mio machete.

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    1. (2° parte)
      Mi fermai all’istante e avvertii Gianfranco e la guida dell’improvviso ostacolo. Il serpente, seppur esile, era piuttosto lungo, tant’è vero che dovetti frugare tra le piante per arrivare a vederne la testa, grande e sproporzionata rispetto al resto del corpo. L’animale, insperato regalo per la nostra esplorazione, divenne soggetto delle macchine fotografiche, non prima, però, di esserci assicurati con la guida che trattavasi di serpente innocuo. A Gianfranco e a me risultava specie sconosciuta, o per lo meno, in base alle conoscenze in nostro possesso di fauna tropicale, di non facile identificazione. Avremmo provveduto al riconoscimento, una volta rientrati, con l’ausilio dei manuali, parte della nostra “biblioteca da viaggio”. L’accompagnatore ci fece chiaramente intendere che era una specie innocua, non velenifera, e che non correvamo rischio alcuno. Tra sorrisi, parole e gesti ci volle far capire che eravamo di fronte ad uno degli esseri tra i più buoni, inoffensivi, quasi affettuosi, del mondo. Al che ci scatenammo, scattando immagini da distanza molto ravvicinata, usando con estrema delicatezza il machete per mettere nella posizione a noi più congeniale il gradito “soggetto”. In genere, anzi, direi mai, scelgo di avere un contatto diretto con gli animali che nella mia professione mi capita di incontrare. È una cosa che non amo fare, consapevole di essere ospite in casa d’altri, e preferisco non disturbare, non arrecare stress, e far gravare il meno possibile la mia presenza negli ambienti esplorati o visitati. In quel caso, però lo confesso, concessi ampio strappo alla mia regola. Ricordo, oggi con un po’ di vergogna, che addirittura lo presi per la coda, lo trattenni, dato che, ormai stufo di noi, stava per andarsene, e lo posizionai come può fare un fotografo professionista con una modella. Quando ci ritenemmo finalmente paghi del nostro servizio fotografico, riprendemmo il cammino. Amo ricordare che nel video realizzato c’è anche una mia ripresa mentre parlo degli usi officinali di non ricordo quale specie vegetale presente sull’isola. A mattinata ormai inoltrata e col cielo che stava inscurendosi per le minacciose nubi tropicali (in quella zona cadono tra i 1400 e i 1800 mm di pioggia annua), decidemmo di rientrare. La pioggia, torrenziale tipica del luogo, ci prese che ormai eravamo vicini ai nostri alloggi, ma fu in grado di inzupparci ben bene. Dopo esserci asciugati e cambiati, la prima cosa che facemmo fu quella di cercare sui manuali, come ci eravamo riproposti, la specie incontrata, e, data la strana morfologia (corpo esile, notevole lunghezza, testa e bocca grandi) fu facile arrivare alla sua identificazione. Si trattava dell’Oxybelis aeneus, volgarmente conosciuto come Brown Vine Snake (serpente marrone rampicante), serpente alquanto comune in America centrale ma…velenifero! È vero che la pericolosità dell’animale riportata in letteratura risulta bassa, e la sua aggressività, come avevamo potuto verificare direttamente, ancora minore, ma è altrettanto vero che l’eccessiva confidenza che ci eravamo permessi ci aveva assolutamente posti in pericolo. Un eventuale morso ricevuto nel bel mezzo della foresta, lontano dal centro abitato, non è la cosa più divertente che possa succedere! Senza contare, com’è noto, che la tossicità ai veleni è soggettiva, e anche una banale puntura di vespa può risultare pericolosa. La fortuna però, era stata dalla nostra parte (soprattutto dalla mia, che più degli altri ero entrato in incosciente contatto con l’animale), e quindi possiamo parlare di una storia…a lieto fine. A proposito, la storia si concluse felicemente anche per l’iguana destinata al nostro pasto, in quanto i due cacciatori tornarono melanconicamente a mani vuote.

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  4. Era una candida giornata d’aprile ed io mi ritrovai a camminare nel piccolo parco vicino a casa mia, come di solito faccio quando sono un po’ giù di morale. Avevo, infatti, appena finito di discutere con mio padre su quanto potesse essere difficile far accettare al mondo la propria omosessualità. Alla mia domanda come avrebbe fatto lui se avesse saputo che sua figlia amava una ragazza, mio padre aveva avuto un reazione del tutto inaspettata. Era andato su tutte le furie, obbligandomi a cambiare bruscamente discorso. Non erano argomenti, secondo lui, da affrontare con una bambina come me. Capii che, nonostante i miei quattordici anni, ero considerata ancora una sciocca bambina, certamente non in grado di riconoscere i propri sentimenti. Mi sentii offesa, avvilita. Come poteva succedere una cosa del genere? Non essere libera di rivelare al proprio padre i più segreti turbamenti dell’ anima? La testa mi girava alla ricerca di una voce amica, di una via di uscita. Il pensiero volò subito dalla mamma, morta tristemente quando io avevo solo cinque anni. Lei, sì, che mi avrebbe capita, coccolata, tranquillizzata. Non mi ero mai sentita così sola come in quella triste seppur soleggiata mattina di aprile. Eppure una soluzione doveva esserci! E fu così che alzai gli occhi al cielo. Era meraviglioso, limpido, splendente in tutta la sua bellezza. Improvvisamente mi rasserenai e presi la decisione che sarebbe stata la più importante della mia vita: gli avrei rivelato la verità e fatto conoscere la persona da me follemente amata. Presi le cuffiette, il cellulare e il mio libro preferito Chiamami col tuo nome - per me è sempre un piacere sfogliare le pagine di questo testo anche se ogni volta mi fa scendere qualche lacrima- ed ebbi il coraggio di ritornare a casa. Organizzai tutto alla perfezione. Un invito a cena io, lui e la mia compagna Sara. Quando arrivò quella sera, ricordo bene che la tensione e l’angoscia mi toglievano il respiro. Ero consapevole che sarebbe potuto succedere il peggio, cioè che avrei potuto perdere l’amore di mio padre per sempre. Arrivammo alla pizzeria molto tempo prima di Sara. Mio padre era particolarmente allegro e spensierato. Goloso della pizza margherita, fremeva per mangiare, ironizzando sul fatto che le mie amiche erano identiche a me, mai puntuali! Poi, finalmente lei entrò. Sara era di una bellezza sorprendente, capelli biondi, occhi celesti e bocca perfetta, direi disegnata. La serata trascorse in maniera amabile. Noi tre stavamo benissimo assieme, dalla politica, alla musica, ai viaggi, non vi era argomento sul quale non fossimo in sintonia. Di tanto in tanto, fissavo l’azzurro degli occhi di Sara e ripensavo al colore del cielo di quella famosa mattina in cui avevo preso la solenne decisione di dire la verità. Sentivo dentro di me crescere la certezza che non avevo sbagliato a progettare tale incontro. Ma purtroppo mi mancò il coraggio! Alla fine della serata, ci salutammo affettuosamente senza che io avessi svelato la vera natura del nostro rapporto. Lessi nello sguardo di Sara una profonda delusione. Mi abbracciò freddamente, quasi volesse dirmi che si sentiva tradita. Ed aveva perfettamente ragione. Avevo preferito mio padre a lei, o meglio avevo preferito salvare il mio rapporto con lui, nascondendo il nostro. Appena giunta a casa, gli diedi la buonanotte, mi ritirai nella mia stanza e scoppiai a piangere. Ad un certo punto, tra i mille singhiozzi, nella penombra, mi sentii abbracciare forte, forte alle spalle. Era mio padre. Con voce calda e piena di affetto , mi sussurrò all’orecchio, asciugandomi le lacrime che copiose mi rigavano il volto “Bambina mia, smetti di piangere! La tua Sara è una brava ragazza e ti vuole bene. Questo a me basta. A me basta la tua felicità!”

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  5. C'era una volta una fantastica fanciulla di nome Adelaide, che viveva in un castello perché i suoi genitori erano il re e la regina, e lei tra qualche giorno diventava l'erede al trono quindi la regina e per il ricevimento della corona serviva un bel vestito per l occasione.
    Adelaide con la sua Tata di infanzia andarono in carrozza a prendere l'abito.
    Mentre andavano in paese una ruota della carrozza si ruppe,quindi erano rimasti fermi nel tragitto ad aspettare i soccorsi .
    Ma mentre erano li fermi passo un giovane fanciullo di nome Edoardo che li vide e gli aiutò a rimontare la ruota.
    Adelaide rimase colpita da lui ,per lei era stato un colpo di fulmine.
    Allora gli chiese dove andava ma Edoardo gli disse che stava andando dalla nonna,e la fanciulla lo invitò a salire sulla carrozza e accompagnarlo dalla nonna.
    La fanciulla per ringraziare il fanciullo gli chiese se volesse andare alla sua festa di incoronazione e lui gli rispose che andava bene, soltanto che non aveva un vestito adeguato per andare alla festa e allora la principessa lo portò da sua nonna e poi andarono assieme a prendere il vestito.
    Appena arrivarono al negozio si provarono vari vestiti,alla fine del pagamento il fanciullo disse ma io non me lo posso permettere questo abito e allora la fanciulla gli disse di non preoccuparsi che gli e lo comprava lei.
    Al giorno dell incoronazione il fanciullo accompagnò Adelaide al trono.
    Cosi passarono giorni,mesi e anni e Adelaide ed Edoardo da migliori amici diventarono fidanzati e alla fine marito e moglie.
    E così si sposarono e vissero tutti felici e contenti.

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  6. ''Mi presento ,sono Leo,ho dieci anni e abito a Milano;ho due sorelle,la mia mamma insegna e il mio babbo è un ingegnere.

    Purtroppo vedo poco il mio nonno paterno che vive in Toscana,e più precisamente a Volterra,però quest'anno finalmente andrò a trovarlo.

    Oggi è il 17 giugno,e con tutta la famiglia,siamo arrivati a Volterra,una città straordinaria che si trova su una collina metallifera.

    Insieme con nonno Bruno siamo andati a Villa Marminia a visitare 2 tombe etrusche;mentre io scendevo i gradini della tomba e mio nonno era dietro di me, un blocco di pietra è crollato alle mie spalle,tutto è franato e mi sono ritrovato al buio.

    Mi sono risvegliato madiolo di sudore; uscendo in qualche modo dalla tomba e girando in giro diventai stupito e frastornato,poiché tutti intorno a me erano vestiti con 'chitoni' etruschi e sandali.

    Stranamente riuscivo a capirli,dapprima diffidenti ,poi alcuni mi hanno accolto nella loro casa.

    C'erano il babbo,la mamma e 2 ragazzi, uno dei quali poteva avere la mia età ,di nome faceva Acheloo.

    Da allora io e Acheloo siamo andati a lavorare nei campi,non mi faceva fatica,tornavamo a casa verso sera .

    Mangiavamo una cena frugale e prima di addormentarci guardavamo le stelle.

    Però non sapevo quanto tempo era trascorso,iniziavo ad avere nostalgia di casa ,piangevo di notte senza farmi vedere da Acheloo e dalla sua famiglia,che ora era diventata la mia.

    Ero rimasto 'prigioniero' del tempo ,cioé 4 sceolo a.c. , e non sapevo nenacge il perchè!

    Un giorno ,mentre eravamo nei campi fummo attaccati dai Romani.

    Acheloo mi salvò la vita da una lancia,sacraficando la sua stesa vita.

    Ferito,mi rifugiai in una grotta, dopo esser stato un giorno e una notte in quella grotta,mi presi la febbre e rimasi senza cibo e acqua ,ma ad un certo punto svenii.

    Quando mi sveglia,ero all'ospedale ,possibile che era tutto un sogno? Quando fu dimesso dall'ospedale ,la mia mamma venne nella mia cameretta, mi abbracciò e mi fece vedere un piccolo oggetto ritrovato nei miei pantaloni.

    Mi accorsi che era una 'fibula' ,cioè una piccola spilla; allora tutto ciò non era un sogno ,Acheloo era morto, questa cosa mi rattristì.

    Ma in tutto ciò capii che il suo gesto d'amore,cioè la amicizia fraterna ,rimarrà nei secoli.

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